Riposo le dita su questa tastiera dopo mesi. Mesi infernali. Mesi di lavoro duro.
Nessun riposo per i guerrieri con le mani piene di calli. Nessuna comprensione per le eroine che masticano pezzi di legno al sapor di polvere e quattro spiccioli. Ma moltissimi applausi. Molte recensioni. Incenso sul mio capo spezzato e rasato: metaforicamente, ovvio!
Le fila del discorso sono riuscite a tirarle perché una meteora rosso fuoco è riapparsa nella mia vita. E finalmente il teatro ha iniziato a prendere forma.
Perché il teatro è il più crudele dei padri. E lei è la migliore delle persone. Si mette in gioco, rischia e non ti fotte. Non te lo mette nel culo. Semmai fate culo a culo, come in requiem for a dream.
Ho deciso di essere poco letterata e pochissimo aulica, almeno nei miei scritti, almeno qui dentro.
Il sudore e la merda sono cose nostre, non produciamo chanel di certo.
E quindi fanculo la lirica.
Fanculo ad uno spettacolo che mi è stato tolto per ragioni che non mi interessano più: consiglio spassionato agli ingenui
PRIMA DI METTERVI IN AFFARI CON PERSONE CHE SI DICHIARANO ARTISTICHE FATE IN MODO DI CAPIRE SE VERAMENTE CAMPANO D’ARTE O VOGLIONO SOLO I FAMOSI 4 MINUTI DI NOTORIETA’ COME DICEVA WARHOL!
l’amicizia non la puoi costruire a suon di peli di fica. Mi dispiace.
La mia compagna paga pegno da 4 anni. E non ho intenzione di cambiare.
L’amore è la forma più misteriosa e inspiegabile che avvolge il nostro essere umani, è rafforzativo, è simbiosi, è divisione… è mille cose che potrei stare a scrivere divenendo tediosa e ripetitiva.
Ma non è mai, MAI allontanamento.
Quindi affanculo pure gli infundiboli cronosiclastici; io non volevo la ragione. Io non volevo offendere.
Io volevo solo continuare ad amare la mia fatica e continuare a portarla in scena.
Ma gli applausi che sono arrivati dopo, quando con un piede zoppo (realmente rotto) ho portato in scena Hank (più di 100 persone in una serata romana piovosa come londra) mi hanno fatto capire che non sarà mai il testo, ma la mia anima, che si piega si contorce e si strizza per dare vita a uno miliardi e centomila.
Io non sono nulla.
Non sono una persona buona
Non sono un angelo
Sono folle e ho delle logiche da serial killer.
Ma alla fine chi viene uccisa… sono sempre io.
Eppure non mi fermo.
Piango. Prendo a pugni qualcosa. Corro in bici tra i trentennali viali sterrati della mia calabria, terra che nessuno se ne fotte, e poi ricomincio.
In perenne lotta con il mio intestino.
In perenne agguato con la notte e il vento freddo. Le zanzare e pagine di libri che non smetterei mai di comprare.
Non so quanto dura questa vita, ma non voglio togliere nulla a nessuno. Che sia un mio gesto o una carezza.
E mi piace pensare che non parlo alle spalle. Non cerco pettegolezzi, non sono una che gioca con le follie degli altri, anzi le rispetta e le cura.
E mi piace pensare che alla corte dei Miracoli siamo pochi ma famiglia. Quella a cui tutti aspirano, ma in pochi riescono.
E l’ho capito guardando il mio grande Amore Erica, mentre suonava con il suo gruppo: nella vita le cose non funzionano come nella musica, perché ognuno vuole avere troppo da dire. Nessuno vuole una partitura precisa per far si che gli ingranaggi siano perfetti.
Meno male che sono io l’attrice. Sul palco i monologhi hanno valenze diverse.
E le serve di Genet sono mielosamente invischiate e psicopatiche. Ma hanno ragione.
Io voglio piegare il capo ancora di più. E chiedere scusa per qualsiasi cosa abbia creato, fatto o detto.
Ma non abbasserò mai più lo sguardo.
Da piccola mi esercitavo a guardare il sole. Ore di lampi negli occhi, ma ho avuto la forza di vedere quei fuochi meravigliosi.
Ecco, io non voglio andarmene senza aver sentito nelle mani quei fuochi.
Non voglio accontentarmi. Non voglio non esserci quando le persone che amo hanno bisogno di me.
Voglio rispetto per il mio lavoro. Perché il teatro non è un fottutissimo, maledettissimo hobby.
Questo mondo è abbastanza pieno di scaltrezza e cattiveria.
E la cosa più bella è… che non sono arrabbiata. Non provo rancore.
Non sento niente.
La mia regista una volta, mi scrisse un monologo meraviglioso, le battute finali erano: “sai qual è il modo migliore per affrontare la paura? Ridere!”
Infatti stendo i piedi nella sabbia, bevo il mio caffè, mi tocco i capelli, crespi come ogni estate, mi volto e guardo la mia Regina che riposa serena, allungo il collo verso il tramonto e… rido.
Rido dei miei piedi piccoli e buffi, di questa estate che finirà anche stavolta, del fatto che sono riuscita a gonfiare la bicicletta di mio padre senza piangere, del mio cane con le zampe che sanno di ciabatta puzzolente…
La paura, l’orgoglio, il silenzio sono tre regni inabitati.
Con un unico sovrano.
siede stanco su una sedia piena di ragnatele.
La corona ha perso le pietre preziose.
Tutto fuori è grigio.
Morto.
Requiem.
Ecco cosa celebro oggi.
La serenità della fine.
La sconvolgente bellezza di ogni epifania.
Per chi sa crederci ancora.
Fanculo
(avevo detto addio al lirismo!.....)
ps: se vi state chiedendo chi è Wanda June... non sono problemi miei!