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voglio ballare scalza fottendomene dei tagli
tra me la terra e il 2010
post pubblicato in scosse_elettrolitiche_monouso, il 12 gennaio 2010
Perché non sento il bisogno di scrivere, ma solo di elencare?
come se in questi periodi la mia vita fosse nient’altro che un’agenda nuova, una di quelle che le aziende ti regalano per l’anno nuovo, assieme ad un pacco pieno di roba da mangiare, così si puliscono l’animo le società: due pacche sulle spalle la tredicesima e un pacco di natale. Come se il tempo che spendi in queste necrosi avvizzite non meriterebbe almeno cinque tredicesime di seguito.
ad ogni modo, mi sento di essere diventata un elenco. Io che li odio. Odio le liste, tranne quella di Schindler. Parlo al vento ai cani e alla musica, ma non parlo quasi più alla carta, come se mi avesse in qualche modo tradito. Riporto date, le belle serate che passo con chi amo e nella borsa marrone che ho comprato al mercato per 10 euro e che amo perché è davvero brutta fuori moda, ma enorme e funzionalissima; ho appunto, un’agenda arancione e un diario. Per darmi l’illusione che tornerò a scrivere come quando ero adolescente. Ah! Questo poi è un altro punto, quando sento dancing queen mi vedo esattamente 17enne allo specchio a ballare. Oggi ballo nel bagno a porta chiusa, nei locali soffoco, ammenocchè non sia ubriaca o sufficientemente brilla. Però quando sono distesa sul divano, con il mio cane che ronfa sereno sulle gambe, il piumone caldo, l’albero di natale che ancora dobbiamo smontare, la mia Regina in poltrona che mi sorride, oppure quando la mia tavola si riempie dei miei angeli, oppure ancora in giornate che sono buone con me, dove il vento soffia leggero e io gioco alle giostre con chi gioca con me…penso che invecchiare non è una cosa così malvagia. Invecchiare… no non mi fa paura. Non penso alle rughe, al corpo, alle mani, alle macchie. Penso a mio padre che è stato incessantemente un grande corteggiatore della vita, fino all’ultimo. Non ho paura perché non sono sola, perché il mio amore non è la custodia di due violini soli, ma è un concerto da camera per amanti fedeli e costanti. Pazienti soprattutto. Questo 2010 si è aperto con prove importanti e difficili fin dai primi giorni. E non sono folle, se dico che sono felice sia accaduto. Perché l’amore non è tremiti, battiti, letti sfatti e attese. L’amore è una mano su una fronte sudata è correre a trovare una farmacia, piangere e fare voti che poi non manterrai per vedere a tornar splendere il suo sorriso. E’ capire che l’immensità la porti nel petto. E’ scansione delle difficoltà, dei calci che ti danno in faccia- che se potessi ne tirerei a miliardi dritti e mirati nei loro stinchi. Il nostro amore cresce come un bambino curioso, come un adolescente che passeggia sui tetti la notte in cerca del punto migliore dove guardare la luna, come un adulto che ha imparato a cucinare gli gnocchi di nonna, come un anziano che si tampona le lacrime senza rimorsi.

Il mio amore per te è costante. Vivo. E’ famiglia. E’ orgoglio. E del resto, tutto il resto, quello che passa sculettante e invitante, me ne fotto.
supereremo anche questa Regina, perché noi siamo la tua famiglia e la mia famiglia ti ha aperto le braccia. Lo sai.
e poi io voglio vederti di nuovo sul palco a suonare. Me lo devi.

Il mio palco, invece sta prendendo forma di una caverna. Sarò avvolta dalla terra, dalla sabbia e dal sapone. Rachel è in viaggio e io riscopro la forza che è in me. Posso ancora essere mille altri personaggi che ancora non sono stata. Posso sempre sperare e aspettare con le ginocchia scorticate e i mozzichi di mille insetti che mi torturano le reni quando seggo nelle sale prova. Posso ancora tentare e correre ancora più forte. Senza meta. senza senso, senza pudore, senza paura soprattutto.
la paura che nessuno aveva capito, la paura di continuare il gioco più bello del mondo senza il capocirco: mio padre. Ma ora, dopo mesi, è venuto a giocare con me. Schizzandomi acqua e ridendo, di me probabilmente, e a dirmi “io sono sempre qua”. La mia testa è un incubo che nessun regista di psicho thriller potrebbe mai descrivere. Mi auto flagello e mi consolo. E poi mi torturo.
espiazione.
non è solo uno dei più grandi capolavori che abbia mai letto, ma è la parola che mi è servita.
superamento.
non è solo un’azione in curva da slalom gigante, ma è il segreto che mi ha sussurrato all’orecchio un signore baffuto e in gamba
tentativi.
sono quelli che sto vivendo in questi mesi.

Ho una foto di me abbracciata ad un albero gigante, lo stringo e lo bacio. Avvolta dalla neve.
ho il cuore che mi si allarga
ho un utero stretto dai dolori passati
ho certificati da firmare
ho le mie case che mi aspettano sempre con i loro odori
ho le mie gambe
e una pentola in terracotta dove farò delle zuppe meravigliose
gli odori…ci salvano sempre.
non siamo altro che animali evoluti.

Ho mia Sorella che mi chiede sempre come sto.

Un mese: Maggio del 68 en Paris
Un giorno della settimana: Venerdi nella Mia moschea (metafora sessuale)
Un orario del giorno: mezzanotte
Un pianeta: Venere
Un animale marino: uno squalo
Un animale terreno: pantera
Una direzione: seconda stella a destra...
Un articolo di arredamento: un letto orientale basso con tanti cuscini rossi
Un peccato: lussuria
Un personaggio storico: Frida Khalo,Malcom X, Giovanna D'Arco
Un liquido: Acqua
Un albero: un salice piangente
Un uccello: un'aquila
Un arnese: martello
Un fiore: gelsomino
Un evento atmosferico: Neve
Una creatura mitologica: una gorgone
Un colore: Nero
Un'emozione: malinconia
Una verdura:patata
Un suono: distorsione
Un elemento: acqua
Una macchina: maggiolone nero
Musica: Reggae, Black, Fusion, Mento, Ska
Una canzone: Magica Follia
Un film: Tutto su mia madre, Il silenzio degli Innocenti, Ultimo Tango a Parigi
Attore:Anthony Hopkins
Cantante:Bob Marley
Scrittori: Virginia Woolf, Franz Kafka, Emily Bronte, Milan Kundera,JT Leroy (ecc.)
Un vestito: Un lungo abito nero con scollatura sulle spalle
Un mobile : Una sedia a dondolo
Un desiderio: La mia Regina

“Mi odio spesso, ma a volte adoro me stessa e la mia vita in questa città, in questo enorme, meraviglioso, sbalorditivo, geniale, orribile mondo ..."

L’avevo detto che alla fine faccio solo liste.




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Discovery Channel
post pubblicato in diario, il 27 ottobre 2009
Dicono che nella vita servono canini affilati come quelli dei coccodrilli. Olfatto da lupi e zampe da orsi. Gli occhi dell’aquila e l’agilità delle pantere. La velocità di un falco che plana sulla preda. La pazienza dei cani che aspettano dietro la porta senza lambire. La sfrontatezza dei macachi. La vigliaccheria delle iene che banchettano cadaveri ridendo.

Di tutto questo mondo animale io salvo solo gli animali. Inconsapevoli ispiratori di tanta cattiveria perpetuata dagli umani.

Ho un orologio inceppato nel fegato da 33 anni. Segna sempre la stessa ora: ora inesatta- ora lampeggiante-ora del mai- ora del sempre- ora dell’Altro.

Sono scema e sono contenta. Sono contenta di non partecipare a provini sessual-televisivi. Di non essere in lista per una festa idiota che si svolge in questa città, mentre i finanziamenti per i teatranti non ci sono.

Prendo il treno alle quattordicieventi e attraverso questa mezza italietta formulando sempre gli stessi pensieri: i treni del sud sono vascelli fantasma. Puzzano come cani sotto la pioggia e c’è l’aria condizionata in pieno autunno sulle vetture! Ma questo treno mi porta a casa. E quindi tappo il naso e apro il libro che mi sta procurando desquamazioni dermatologiche profonde al polso sinistro e un odio profondo per tutte le Bryony sparse nel mondo: viziate tredicenni senza occhi attenti e infuocati sul mondo. Tredicenni abbarbicate a scritture romanzate da liala e i suoi fottuti giardini del plenilunio. Odio le donne che tratteggiano la loro vita sulle storie d’amore: inventate, lette, cinematografiche, da fiction di quarto ordine. Amo le donne con la schiena spezzata dal riso da capare nelle paludi, dalle cicatrici enormi sulle braccia, con le chitarre in spalla che diventano un terzo braccio, le pittrici dalle mani unte e ovviamente le attrici di teatro che hanno le sinapsi sempre col singhiozzo.

Ad ogni modo… la sorpresa riesce, il soldato arrugginito di nome mamma, resta a bocca aperta vedendomi e piange… piange con le lacrime di chi i figli li vede 2 volte l’anno, perché ha avuto la forza di lasciarmi andare.

Mamma… che racconta alla gente e agli amici del mio teatro sbagliando nomi, opere e date, mamma che va a vedere “viola di mare” e dice che: “tu però non uscire tanto perché è un brutto periodo”. Mamma che ti ho “violentata” per farti diventare un po’ più morbida. Mamma che mi dice “lo so che avresti preferito che morissi io al posto di tuo padre” e io ci metto 3 giorni per capire che cosa in realtà volevi dirmi… “non sono tuo padre e non ti darò mai quello che ti ha dato lui” – del resto gli animali li capiamo uguale, anche se non parlano…

L’età mi porta tolleranza e comprensione. Ma l’età che ho raggiunto mi porta anche la tranquillità nel decidere di recidere per sempre con tristi anemoni di mare avvelenati come il mare della mia terra, che in realtà volevano avvelenare me. Le donne sanno essere così spiacevoli a volte. Prendersela con me che ho una vita intensa non significa che non dobbiate provarci anche voi. Io sputo fiele e sangue ogni giorno per avere un tassello in più nella costruzione dei miei sogni. Ma non ho denti affilati, né olfatto buono, né mangio cadaveri… sono Trudi, sono Alice, sono una bambina che riesce a far parlare persino lo sportellista della banca dei suoi problemi che ha con la moglie. Sono nata così. Non sono finta, non recito: sorrido. Guardo. Vedo. Ti vedo. Cerco di vedere la sconvolgente bellezza che le persone nascondono così bene, sotto chili di sciarpe e fondotinta. Non me ne frega un cazzo dei soldi. Nell’ultimo libro letto, la protagonista dopo anni di fame, diventa potente e popolare nella sua Cina e nasconde valige di soldi nell’armadio. Decide di bollirli nell’acqua calda… la casa si inonda di un odore mefitico. Infatti i potenti non toccano mai le banconote…puzzano.

Fumo 15 sigarette al giorno e sono troppe. E anche mamma fuma di nuovo. E fumiamo insieme nel soggiorno di casa. Che è così freddo da non crederci, però i plaid sono così morbidi e confortevoli e ti voglio così bene che mi guardo beautiful con te.

E poi ci sono gli Amici. Quelli che piangono quando ti riabbracciano e piangono quando parti. Gli amici che escono con l’influenza per vederti, che litigano con i mariti che invitano amici esterni alla comitiva perché io devo essere il centro della serata. E mi sento viva, amata, scelta. Amici che mi seguono grazie alla potenza dei social network, che sanno tutto di me e non mi giudicano mai.

E quanto li amo.

E poi ci sono le strade, le piccole immense strade della mia città. I bar e il caffè è buono e i taralli sono speciali. E le strade mi abbracciano. E giuro, non è un’impressione. Mi abbracciano davvero.

E poi ci sono le cene brille con le amiche di mamma, le risate da sentirsi male. i pranzi domenicali: tavolate di 6 persone che hanno ricevuto così tanti calci in culo dalla vita… eppure eccoci là attorno al ragù fumante, con Chiaretta che mangia felice, Aldo che ride con me e fuori l’albero di limoni occhieggia… il camino è acceso e le castagne in grembo da mangiare sotto tre strati di coperte. L’inverno della mia terra è un grembo materno. Aspetto la neve fin d’ora. La neve che è una gran madre, che tutto copre e tutto protegge, in attesa della primavera.

C’è il mio spettacolo. Il nostro spettacolo, che ti aspetta, anche se te ne tieni lontana. E’ un bambino che ha bisogno di cure e attenzioni e tra 2 settimane vedrà di nuovo la luce.
E ci sono i ritorni...gli amici di un ritorno in una città che è diventata così difficile da vivere. Gli Amici del ritorno che mi tengono sulle dita come un diamante da non so quanti carati.
E c'è il ritorno nelle braccia dell'Amore. Che ha paura per me, che mi spinge e mi stringe.
E c'è sempre il Teatro...
Recitare è come partorire miliardi di volte. Ogni volta nasce qualcuno diverso dal precedente.

Ma, non chiedetemi di spingere, di sopraffare, di soffiare cenere negli occhi, di mangiare carne, di fare sgambetti, salti da acrobata, graffiare.

Sono una scema e sono felice.

Bisogna essere veramente infelici per centrare la propria vita sull’odio e la sopraffazione.
Io seguo solo gli insegnamenti di mio padre: Ama e perdona e se non ci riesci dimentica.
Le mie bestie nere e i miei serpenti sdentati che coltivo nello stomaco, hanno guinzagli lunghissimi. Ma se mai dovessi decidere, allora mi piacerebbe imparare a scolpire sulla carne viva dei nazisti, degli omofobi, dei razzisti, dei pedofili, dei politici, degli assassini, dei mafiosi una sola parola: colpevole. Li metterei a catena e creerei il primo zoo umano. e ci porterei gli animali, con gran sacchetti di noccioline...a lanciargliele in faccia

Nb sono molto impressionabile ai capolavori cinematografici!




permalink | inviato da waiting_for_Trudi il 27/10/2009 alle 15:22 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (0) | Versione per la stampa
SHOUT
post pubblicato in diario, il 13 ottobre 2009
So che non c’è tempo e so che il tempo inflazionato è peggio di un tampone di urina di coniglio sotto il naso. So che non sopporto più la televisione e le lamentele gratuite. So che per costruirti una strada, una tana, un nido ci vogliono braccia forti, ma ideali ancora più forte. So che non siamo quello che vanno a dire in giro di noi, ma molto altro, quell’altro che le persone tendono a scansare come si fa con i broccoletti nel piatto. Come tante signore borghesi dell’alta società, si sputa sui sacrifici altrui nel nome del dio denaro e di nostra signora delle conoscenze. Odio i radical chic. Preferisco i nobili di nascita. So che i sacrifici destano invidia. Ma sono stanca di capire chi di sacrifici non ne vuole fare. Odio le vite preconfezionate, da scartare comode in poltrone frau del cazzo. Non ho intenzione di giustificare mai più chi ti addita e ti umilia. Chi parla alle spalle, chi non ti da mai una mano.

So che se avessi una sei colpi finirei per compiere svariati giorni di ordinaria follia.

So che questa italia mi ha sempre fatto schifo, non solo oggi.

So che ho dentro un terremoto rosso.
So che non neanche voglia di scrivere, non qui, non così. Almeno per un po’

Sono molto incazzata e sono molto delusa. Sono molto felice e sono molto sorpresa.

Perché la vita ti riserva sempre qualcosa di splendido. Anche quando non lo meriti.

Vorrei tanto che le persone non scivolassero nelle loro sinapsi come se a condurli ci fosse l’idraulico liquido.

Vorrei tanto che le persone iniziassero a farmi domande quando non capiscono, non sanno o i conti non tornano.

Anche perché quando il dopo è troppo dopo…io…non rispondo. Mai.

Io non sono così fottutamente ovvia come si crede.

Io non sono il centro di ogni nevralgia.

Io sono solo una persona che vuole scavare una buca lunghissima e uscire sotto tre piazzati, un’americana e un taglio solo, ma di colore blu accesissimo.

Io non sono una stronza, non sono un’opportunista.

Conosco i miei limiti e non andrei mai da renzo piano a dirgli come costruire la sua prossima opera d’arte.

Chi non fa arte non dovrebbe dare consigli pratici.

Chi è amico non dovrebbe remarti contro.

Chi mi ama dovrebbe solo amarmi.

Come tento di fare io.

Che mi muovo spinta da i mulini e da sancho.

Non ho più voglia di essere solo una falena d’estate che suscita entusiasmi e che poi si scaccia via dalla lampada. Non ho più voglia di esserci il tempo di un bisogno.

io non voglio più ansia, urla, minacce. Il teatro deve essere bellezza. Come i piedi scalzi di una donna nell’erba.

So che da sempre ho un animale in petto che è il mio spirito guida.

E che nella mia vita non ci sono sconti, nemmeno per chi partecipa.

Espiazione delle colpe.

Inspirazione

Contorsionismo

Curiosità

Intelligenza

Umiltà

Ironia

Se ci addormentiamo è finita. Diventiamo yogurt scaduti. La vita è molto di più di un divano che si intona con le tende o un fottutissimo gatto persiano.

La vita è un cordolo, è un cordone, è un cornicione di una pizza smozzicato da un cane è tutto quello che abbiamo la potenza di poter fare.

So che non sopporto più le persone che hanno paura. Che dei dolori ne fanno uno scudo.

Che non ridono…o smettono di ridere.

Ho voglia di andare in un bosco e urlare forte a svegliare gli gnomi.




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il lungo fiume Jaolong
post pubblicato in diario, il 29 luglio 2009
Mi sveglio e sono incazzata, perché se dovessi alzarmi presto per andare ad esplorare le menti umane o a sorvegliare una mezza dozzina di mucche allora sarei felice di alzarmi, mettermi il camice o la tuta, che poi è la stessa cosa e partire. Invece mi alzo e ho davanti la giornata di ugo fantozzi, quando ad un’attrice le levi il palco, resta solo il tempo di organizzarsene altri... Il mio cane, fa il circo ogni santa mattina, come se dovessimo andare ad un animal party…e invece è il solito giro del quartiere, ma questa è la bellezza pura di ogni animale: emozionarsi ogni santa minima volta.
Quindi scendiamo.
Pepe è lì morto ammazzato. Ha un occhio di fuori e il sangue che cola dalla bocca. Kinky si accuccia, come ad inchinarsi io sono immobile e gli auguro buon viaggio, da stupida traghettatrice di anime pelose. Il mio cane ha gli occhi tristi di chi ha capito.
Io innalzo un muro di maledizioni dentro di me. Ogni volta spero vivamente che chiunque sia stato possa succedergli uguale. E pensavo, guardando Pepe che siamo anche un po’ ridicoli e piccoli quando moriamo. Con la lingua a penzoloni e le mani chiuse. Pensavo anche che bisognerebbe chiudere definitivamente le città. Dividerle in quartieri. Tirare come sulla lavagna delle elementari una linea tra buoni e cattivi.

E che se Tim Burton nel 2010 ci inonderà di Alice…io mi ci inzuppo il pane ogni mattina a Wonderland.
Giornate e ondate di cose mie, cose così, cose da zingara felice. Che sente i violini in metro e si apre le tasche. Che sente quell’odore e lo stomaco mi si contorce di ricordi ancestrali. Che ci sono sorrisi di donne in chador sull’autobus che non dimenticherai mai. occhi che mi guardano e ci si riconosce silenziosamente. Che i bambini più belli che la mia memoria remota conserva, sono sempre, sempre quelli scheggiati, graffiati e lividi. Quelli che sorridono con la testa all’ingiù. Come i cani che dopo bastonate e calci, ti guardano in quel modo e ti sciogli. La vita che a volte ti fa vincere partite inaspettate. Doppi misti di serate estive. Dove il pubblico siede su gradoni e ride e ti guarda e tu dentro non capisci…perché mai quello che recito li rende così partecipi? Bellezza di unioni femminili quando non c’è divismo, quando fare le attrici, significa fare anche da registe, facchine, truccatrici, aiuto del suono. Mi guardavo il gay village dall’alto dei miei13 cm di tacco e sorridevo. E ringraziavo le cesellature e gli intrecci. Le mani di F.R. che mi hanno dato la grande possibilità di diventare una solista che lavora e diverte. E di questo e molto altro te ne sarò sempre riconoscente.
E stavolta il maleficio dello stregone Lithium sarà davvero affrontato all’alba dei miei anni di dubbi e interrogative. L’università mi riapre le porte e io mai stanca di sapere, tengo il conto dei giorni che mi separano dall’inizio. Sono pronta e motivata. Sono empatica e arrabbiata. E credo sempre più fortemente nel potere delle sinapsi, dei neuroni, dei feromoni, delle endorfine… il cuore in verità vive là dentro. Tra neuroni e cellule. Quello che è in petto è suo cugino. E fa del suo meglio. La mia pelle ne è una prova.
Mia madre invecchia un po’ più serenamente di un anno fa. Confida a tutti che avrei recitato al village ed io proprio non la capisco. Ma sorrido di sottecchi. Nonostante i miei attacchi di panico e le lacrime buttate nel vento, correndo come una pazza sulla mia ventennale bicicletta, nel caldo del sole di ore pomeridiane; nonostante fermarsi e chiamare papà dal lungomare sperando che risponda, nonostante mi aspetti ogni tanto di vederlo arrivare con i suoi calzoncini blu e le sue gambe lunghe… io devo tornare. Tornare da lei, da mia madre. E devo farla ridere. Come la sera della cena con tutti i suoi meravigliosi amici, che ci hanno organizzato la cena di arrivederci (praticamente un cenone di capodanno), dove tra un’imitazione di dialetto belvederese e qualche citazione cinematografica da bellavista a totò sentivo tutti ridere…e come diceva il Principe “se questa faccia serve ad alleviare i dolori degli altri, rendila ancora più ridicola e aiutami a portarla in giro con disinvoltura”.
Sono 3 giorni che devo rifare la valigia e non ho voglia, perché su ogni maglia, vestito, pantalone c’è l’odore della mia terra e della mia casa.
Mi piacciono i mercati, sono espansioni, zone zero… a metà tra la città e la gente. Mi piacciono le apotheke, mi danno la sensazione che ci sia un rimedio per ogni male, o quasi.
Mi piace essere un controsenso vivo. Che indossa sex toy con 3 gocce di colonia per bambini sul collo. che lecca la sua pelle e affonda tra le sue gambe da tre anni, come se non fossero che 3 mesi. Con la bellezza della confidenza, propria di chi non ha più nulla da nascondere, tutelare, perdere o vergognarsi.
Le relazioni sono come manifesti sindacali comunisti. Come le pubblicità anni 80. come la musica che ad ognuno piace. E sono insindacabili. Qualunque sia l’equilibrio che la coppia trova. Come la musica che ascolti. Nessuno può permettersi di dire che un ritmo sia migliore di un altro. Perché ognuno si ispira a quello che vive dentro. Ai propri stati d’animo.
Proprio come quando fai l’amore.

Ho al polso un bracciale chiama angeli e le scarpe che volevo
Sogno mia nonna che si addormenta con una sigaretta in bocca.
E una voglia tremenda di tradurre il Nostro spettacolo in inglese…




permalink | inviato da waiting_for_Trudi il 29/7/2009 alle 12:19 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (5) | Versione per la stampa
why do you like my life...
post pubblicato in scosse_elettrolitiche_monouso, il 11 giugno 2009
Io sono quella che fa il bis di pasta, non sempre, solo a sera, perché se mangio a pranzo finisce che vomito tutto, da quando a 16 anni sono stata operata allo stomaco. Sono quella che corre tra le sue sinapsi e sradica i vermi bulimici che le devastano il giardinetto che costruisce con dedizione e dovizia di particolari. Sono sempre io.quella che ha imparato ad amare il rock perché mia sorella urla a potenza mille delle cose che fanno sanguinare.Sono quella che quando tiziano suona la sua batteria si sente trapanare il cuore da mille martelli pneumatici a forza mille e non mi era mai capitato. Sono Sono quella del vento in faccia che pensa che quei rivoli-refoli sono anime delle persone scomparse e alzo il mento in aria e me lo inspiro come se fosse la migliore delle droghe.Sono quella che infila il dito nel barattolo della nutella, che se la mangia a cucchiaiate e poi beve un bicchiere enorme di acqua perché, mi piace quella sensazione impastata nella bocca.
Sono sempre io.

Sono io che mi sveglio la mattina, dandomi una ragione qualunque, una qualunque speranza o cosa da fare pur di non restare a casa, prendendomi a calci nel culo per andare in ufficio, che mio padre si sarebbe sicuramente vergognato…e quindi mi alzo e mi do pacche sulla spalla che duole uguale dopo la caduta sui rollerblade quando il tempo cambia e mi dico che alla fine 8 ore passano e c’è chi sta peggio di me. Ma la vita non la puoi accettare così com’è. È da vigliacchi non cambiare, non migliorare il proprio stato, le proprie possibilità.
Io sono le mie possibilità. Che se non sfrutto sono un’idiota ecco che sono.
Ma sono sempre io.

Quella che infila i piedi nella sabbia fresca e pensa che sotto, sotto, ma proprio sotto c’è un mondo a parte, fatto di altri esseri metà insetti metà non so cosa, che da piccola avevo la fissa di scavare un buco profondissimo e sbucare con la testina dall’altra parte del mondo. Un po’ come il tronco del labirinto del fauno… vischioso ensamble di vite al buio. Sono quella che passa le ore a giocare ai videogiochi per annullare i pensieri, i ricordi, i rimorsi.Sentire il cervello che tace è una gran sensazione. Non ho visioni ma parole e voci nelle orecchie quelle si. E ci convivi, perché è il tuo passato, come diceva John Nash.
Ma sono sempre e sempre io.

Questa donna che si quadruplica in scena. Che da voce a 4 donne. Che le donne la applaudono.
E mi meraviglio e mi stupisco sempre degli applausi. Delle persone che parlano della mia bravura e del mio fascino.Mi meraviglio perché mia sorella ha fascino. Mia sorella ha talento.Io ci provo. E recito e cerco di essere sempre migliore.E non è fottuta falsa modestia.E’ che se per 30 anni prendi calci in faccia, e le persone ti prendono in giro, stenti a credere alle persone che ti dicono che “incendi il palco”…. Non per sfiducia ma per la teoria del cane chiuso in canile per tutta la sua vita. Ecco come mi sento a volte. Con gli occhi dietro le gabbie, in attesa di qualcuno che apra la gabbia e mi porti ad una mostra da esposizione.
E sono sempre io.

Con i miei tagli, le cicatrici VERE sul viso, sul corpo.
“new friends in my hands”…
E loro mi ricordano che devo avere coraggio. Servono a quello le cicatrici.
Sono felice e sono tristissima
Sono in paradiso e tentano di riportarmi all’inferno. Ma non ci riescono…

Ho una donna che amo visceralmente, che mi diverto da morire con lei. Che è la mia migliore complice. Che è le gambe aperte sull’orgasmo più grande della mia vita. Che è la mia puttana con le gambe aperte in ogni bordo del mondo. Che è la mia migliore amica. Che è una piuma sul cuore. Che è una rompicoglioni. Che è diventata la mia religione d’amore. il mio “CREDO”. Come la fede. A occhi chiusi. Senza perché. Senza bisogno di perché.
Siamo sempre noi.

E io sono quella che le manchi quando non ci sei. Si sto parlando con te.
Che da meno di un anno hai riempito la mia vita di un monte di cose-sensazioni-amicizia.
Amicizia vera.
Sono quella che sa a memoria le frasi che mi racconterai e sarò pronta a ripeterle, anche se sembra io non ascolti mai.

Sono quella che si ficca due dita nelle orecchie e vaffanculo.Sono quella che canta nel bagno finchè le corde vocali non si spaccano. Perché ieri ho suonato uno dei cd preferiti di papà e lui era lì. Lui è lì ogni volta che canto, recito, piango, soffro.Siamo sempre noi.

Ho le mani intrise di farina.
Ho la testa piena di ingredienti.
7 o 8 libri che devo leggere
Persone che ho deciso di allontanare per un po’
Un cane che soffre di scompensi metereologici
Voglia di cambiare casa
Voglia di comprare una casa nuova dove ci sia un giardino
Un biglietto per quest’estate
Napoli che ci aspetta

“you can love me or leave me… ”




permalink | inviato da waiting_for_Trudi il 11/6/2009 alle 13:47 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (8) | Versione per la stampa
e se domani...
post pubblicato in diario, il 19 maggio 2009
Le situazioni cambiano e i soldati posano i fucili nella sabbia.  Ci si stanca a combattere contro ragni senza materia. Sono stanca di cucire e mischiare le carte. Stanca di fare il banco. Quel banco da tavolate di natale, sempre con l’aria sicura e la sigaretta in bocca .Ormai ne fumo 6 al giorno. Ormai ho un cuore che fibrilla fin troppo. Io sono fila con un vassoio in mano, come nella mensa dei ricercatori di sogni. Ma non è detto che i miei di sogni debbano essere gli stessi degli altri. Non è detto che la mia ricerca e la mia fatica debbano diventare fronti imperlate di sudore. Sono stanca di dispensare saggezza… quale saggezza poi…? La mia cultura è un muro dietro il quale mi nascondo e gioco sola a nascondino. Io conto, io mi cerco, io mi faccio tana. Se la gente vuole ridere, io voglio capire e sorridere. Se la gente ha bisogno di non pensare, la capisco. Hans Zimmer nelle orecchie attraversando roma è perfetto per vedervi, piccoli e mortali. Ma non è disprezzo il mio. Compassione semmai.
A sera avvolgo i ricordi e non li srotolo.
La mattina piango, mentre cammino, piango sola perché non mi va di dare, se non a pochi eletti la mia tristezza. Ognuno è un misterioso pianeta e ognuno cambia il proprio nutrimento a seconda della stanchezza delle papille gustative.
Per proseguire, in un progetto, in un cammino ci vuole costanza, fatica e un sacco di dolore.
Io, ai miei piedi piagati, ci penso da me.
Ora
E domani.
Del resto il mio regista, il mio migliore amico, mio padre è un anno che non c’è più. e la cosa che mi fa più ridere è che tutti, ma tutti, dicono che devi farci l’abitudine. Che devi essere forte, che…un sacco di cose… ma io lo trovo assurdo e orrendo, vivere 30 anni con qualcuno che ami più del tuo sangue, ci ridi e ci cresci, qualcuno che diventa Amore. 30 anni dei quali 15 vivi solo di telefonate e lettere, perché la tua terra è lontana palmi e palmi di pensieri e mancanze. E poi arriva il giorno dell’estremo saluto e tu… devi farti forza. Ah!
Però mi si dice, che devo chiudere il dolore, che non devo essere polemica nei confronti di chi dolore ne ha avuto poco dalla vita e che devo essere più tollerante.
Però…chi (a parte la mia Regina e mia Sorella) mi da un abbraccio così…tanto per dirmi che a fatica, però ce la sto facendo?!
Non fa niente, perché il soldato in trincea ora preferisce di gran lunga ascoltare il rumore degli arcobaleni che nascono, fottendosene, finalmente, di chi crede che io sia folle a cercare ancora oggi l’isola che non c’è.
Preferisco bere una birra alle 2 del pomeriggio, in spiaggia con chi ha le piaghe negli occhi e riesce ancora a ridere. Preferisco dichiarare il mio blocco alla punta delle dita, che continuare ad intingerle nell’inchiostro simpatico.
Preferisco ascoltare, quello sempre. Chi ha da dire. Chi ha bisogno di dire.
E il mio sogno, me lo tengo caldo nelle mani. E lo continuerò a nutrire.

“quando penso alla mia vocazione…ho meno paura della vita”

Sono cambiata. Sono più vulnerabile, sono più vecchia e sono ancora più piccola.

Sono un cucchiaio di vecchia generazione.
Un po’ rovinato all’interno e con un manico pieno di ghirigori.

Ho bisogno di tornare a casa…




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To my girl with the sweetest cake
post pubblicato in Queen_Erica, il 21 aprile 2009
A te che mi porti come croce sul cuore senza mimare nemmeno una stilla di sangue

A te che riconduci le mie sinapsi al riposo stellare tra le tue braccia

A te che ti stanchi, ti chiudi, ti cuci e ti scuci

A te che sfianchi e spingi

A te che mi accarezzi sempre come se fossi di vetro e resina

A te che mi inzuppi come un maglione blu nelle acque dell’olimpo

A te che mi fai ancora vibrare con il tono di una voce un po’ diversa

A te che mi sveglio nel cuore della notte e ho paura di non trovarti

A te che non mi capisci mai e fai una fatica immane per seguirmi

A te che mi capisci sempre e i tuoi silenzi li riempi portandomi al mare sanando ogni mia ferita

A te che hai instillato dentro me gocce di fedeltà

A te disarmata eroina di altri tempi

A te e ai tuoi giochi sulla poltrona

A te e ai tuoi piedi buffi

A te e ai pomeriggi ubriachi con il mare incazzato

A te che viaggi tra i buchi stellari la notte e sogni di volare

A te che bruci piano e chiedi permesso per non disturbare

A te che soffoco al pensiero di immaginarmi senza

A te che amo vederti con il vestito nero estivo e le tue lunghe gambe abbronzate

A te che profumi d’aria

A te che la vecchiaia non mi fa più paura tanto la mia dentiera sarà ovviamente più bella della tua!

A te che mi piace tanto quando riesco a farti ridere

Al mio amore grande che surfa questa vita con la delicatezza di un bambino sui ponteggi in costruzione

Buon Compleanno Regina Erica…

La canzone è tua





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just one penny
post pubblicato in diario, il 25 marzo 2009

Il corpo è adattabile. Il cervello no.

Se una suora può insegnare ad un bambino di 4 anni che un giorno tutti moriremo, provocandogli incubi e lacrime ininterrotte per più di una settimana, perché gay e lesbiche non potrebbero avere figli?

Ci vuole rispetto del silenzio, in memoria di Anna Frank che viveva sotto regimi di orologi biologici sconvolti. E non poteva tossire e mandava giù un bastoncino, dritto in gola, intriso di miele.

Che se qualcuno che ami muore, bisogna imparare ad interpretare i segnali che ti manda. Senza considerarli stupidi figli di visioni. Ogni piuma che cade potrebbe essere spinta dal suo fiato. Bisogna aprire il cuore come se dentro ci fosse un punteruolo di briciole e molliche.

Le casseforti dei ricordi sono fatte con le pelli dei bufali di quel west che hanno pensato ad ammazzare molto tempo fa. Le corde che le legano sono di fazzoletti intrisi di lacrime delle nonne che hanno sposato uomini che hanno imparato ad amare per forza. I lucchetti sono stati fabbricati da scheletri di ex pirati con un occhio solo. E scendono in gola le casseforti dei ricordi. Scendono senza neanche bere un bicchiere d’acqua. E si posizionano bene tra fegato e cistifellea; per chi cell’ha ancora.

L’uccello che girava le viti del mondo è un gatto bianco in verità.

Le assassine sono mendicanti senza sorriso.

Il rock è un urlo che ha bisogno di essere ascoltato.

Le puttane sono sante perché devono raccogliere litri di schifo che nemmeno le loro mogli vogliono.

E molti padri sono travestiti mancati.

Farsi il segno della croce per ogni chiesa che vedo è come se salutassi un amico che incontro per strada e se non ti sta bene… fanculo.

I cuori ricuciti vivono in eterno.

Passare alla cassa prego.

 




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curly hair...curly emotions
post pubblicato in scosse_elettrolitiche_monouso, il 2 marzo 2009
Cosa posso scrivere? Come lo posso scrivere? Per non deludere quel lato voyeristico dei lettori, per ricordare alle mie dita che il ricordo rimane solo se lo butti su qualsiasi superficie, manto stradale, muro, fogli word, carta igienica, braccia nude…
Come spiegare le vibrazioni di questi mesi? Viaggi a Napoli perché il destino mi concede di debuttare lì tra un paio di mesi. Serate su divani fumosi, cene dell’ultimo momento, niente soldi e poi pochi soldi che ti danno la livida felicità di liquidi che scendono in pancia e stare bene tra la gente del venerdi sera. I litigi in macchina con la mia compagnia che abbiamo avuto paura, ma ci amiamo troppo per recidere i fili. Le incredibili macchinazioni delle persone che si aprono come ibiscus-vagine in un seminario che finalmente prende aria, prende corpo e mi fa creare ChiaravsSolange: la schizofrenia nelle mie vene. E poi testi teatrali su un tavolo sempre troppo piccolo e librerie dove non entro per paura di spendere tutto. E il mio cane che si ammala, che trema e mi fa piangere e piangere, mentre la mia Regina solleva tutto il dolore del mondo con i capelli profumati di cocco e gli occhi umidi, senza rigare il viso di lacrime, perché deve sbanchettare le mie di paure. L’unica “cosa” che mi è rimasta viva di mio padre…ho temuto se ne sarebbe andata anche lei, la mia cagnolina pazza e intelligentissima, sensibile e gelosa, paurosa e golosa. Se non ci fosse stata la mia Regina, sarebbe morta. E se non ci fosse la mia Regina, io sarei una statua di teatro. Sarei un palco senza sangue. Sarei solo palco. Vibrerei di meno. Volerei a bassa quota. Perché questo filamento di acciaio e segatura che in tre anni è diventato machete e altalena è la mia disfunzione quotidiana dei miei vecchi credo: “non esisterà mai nessuno, che io potrò amare ogni giorno. Che vedere lo stesso volto ogni mattina mi viene l’ansia. Che non appartengo a nessuno. Anzi solo al teatro”
Ahahah…. Il mio folletto della buona coscienza se la ride sulla mia spalla destra. Perché si… perché lei è viaggio senza meta. E Alice non ne ha più bisogno di benzene o di cerotti.
Le spiegavo ieri la differenza tra essere un cerotto all’interno di una relazione malata ed invece fare da cerotto quando la vita non ti risparmia scudisciate in faccia. E la cosa che mi rende più felice è la fiducia che ha in me, quando mi vede partire per le prove e sorride, quando mi vede parlare con chiunque e sorride, quando le racconto tutto e sorride. Mi ha regalato la libertà di essere me stessa. E questo mi lega a lei, perché ha fatto di me una donna libera di scegliere di partire e la libertà di restare sempre nello stesso porto. La complicità. Nei suoi silenzi sornioni.
Nelle sue gongolanti risate.
Febbraio melenso.
E te ne ringrazio: del vento che soffiava sui capelli, della pioggia che cadeva violenta e del vino nelle vene, delle tue lacrime e le nostre risate.
Io sono edera nelle tue ossa.
Cosa dire?
Come spiegare? Di questo figlio difficile e ghiacciato che tra un mese salirà in scena?
Del mio viaggio dalla rabbia furiosa al perdono? Dei suoni, delle distonie, delle lacrime, del coraggio e della paura.
“bisognerebbe sparare un colpo secco sulla nuca degli attori…parlano solo di quello”
Ma vedere la mia Amica che si emoziona perché lo spettacolo sta nascendo ti fa venire voglia di parlarne ancora e ancora.
Non riesco a scrivere in questi momenti. Perché ogni millimetro di me è impegnato a diventare, anzi ad essere quelle storie, quei movimenti, quelle voci.
Se qualcuno volesse fare zapping nella mia vita, si prepari ad un telecomando dotato di vita propria.
Proverò a convincere le mie mani.
Proverò a dire loro di unirsi in un banchetto felice assieme a quelle poche sinapsi ancora libere.
e’ la prima volta di cui sono certa di sapere quello che voglio, cerco e sento… “ma lo so con il cuore e non con le parole”
Insomma un po’ miscredente nella congiunzione tra scripta manu e sensazioni bomba…parafrasando… come quando il grande De Filippo rispose così a “qualcuno”

"Buongiorno, Signor De Filippo, qui è la televisione."
"Va bene, aspetti che le passo il frigorifero".

Un po’ come diceva il grande Walt Disney “se puoi sognare, puoi farlo”




permalink | inviato da waiting_for_Trudi il 2/3/2009 alle 15:38 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (1) | Versione per la stampa
the Eye in the sky
post pubblicato in diario, il 4 febbraio 2009
Quando scrivere era un’urgenza nella mia vita. Quando pioveva e io mi rintanavo sotto le coperte con il respiro affannoso perché avevo paura dei tuoni. Quando le mie dita erano impregnate di stricnina e arsenico. Quando il tempo mi mangiava i neuroni. Quando la vagina era un porto senza nessun attracco e il seno due dita di cioccolata e mescalina tra dita che erano pinze roventi e malefiche. Il senso dell’ottundimento e della non presenza.Quando abitavo in molte stanze e nessun architetto le arredava. Quando passavano con la macchina a prendersi un bacio pieno di ragni velenosi. Quando le tendine erano gialle e filamentose come i bargigli di un tacchino. Quando i tacchini mi urlavano nelle sinapsi. Quando mio padre aveva le sinapsi bagnate di mercurio tossico. Quando i giorni che digiunavo dimenticando il sapore del cibo, portandomi a dimenticare il cibo. Quando il cibo mi veniva infilato nel cucchiaio con amore che non volevo vedere, non volevo conoscere. Anoressica nel midollo, bulimica per vocazione. Quando piangevo perché le nocche delle mani erano perennemente scheggiate dai pugni. Quando il giardino condominiale era perfetto per l’ultima sigaretta della sera, con il mio cane che rincorreva la palla. Quando camminavo lontana dal perimetro del pericolo, quando ho scelto di non parlare con il barbone sulla sedia a rotelle e ho pianto le mie lacrime più copiose quando non l’ho visto più.

Potrei scrivere un libro e non lo faccio.
potrei scrivere una commedia ma non sarebbe giusto.
Potrei filmare, ma non ne ho il cuore.

Questo posto chiamato termini.
Ci “abito” da 5 anni. Scendo regolarmente dalla metro ogni mattina e bevo caffè e gente.Se fumo una sigaretta in pausa, regolarmente assisto a 10 30 scene di diverso spessore socio-culturale. E’ un ghetto con arcobaleni cromati questo posto. Un uomo con un piede in cancrena che trascina membra pesanti come gli anni dell’oscurantismo. Un venditore di fumo al tavolino del bar con un ragazzo indiano; lui e il suo buffo accento abruzzese, sta cercando di propinargli qualche bufala e l’indiano lo guarda con la speranza di chi viene da lontano e si sente graziato, che questo grazioso omino bianco regala la sua attenzione e il suo tempo… singulto di schifo, sguardo di disprezzo (mio), lui, il venditore abbassa il capo e incalza con domande sull’affitto e sul permesso del povero giovane.
Tavolo n.2 signora ottantenne alla 4a sigaretta mentre io sto ancora finendo la mia. Poetessa o donna di casa, fuma mangiando e osserva centellinando.
Tavolo n.3 tre ragazzi dell’est in vacanza che piluccano lasagna e cappuccino.
Dall’altro lato del marciapiede un vecchio maiale in completo nero prova ad adescare un ragazzo zingaro, che gli sbotta a ridere in faccia e va via: rido anch’io compiaciuta sperando gli caschi l’uccello in pochi secondi.
Qualcuno fa esplodere un petardo e ne ride di gusto dello spavento generale provocato.
Tre zingare incinte e tre donne in carriera camminano parallele, nelle loro “uniformi”, nelle loro meravigliose diversità: universi che si sfiorano senza riconoscersi, scansandosi solo per l’odore e i capelli. Una giovane donna con un grosso pancione ride al telefono, mentre i carabinieri presiedono chissà chi, con un mitra in mano e lo sguardo nervoso.
Conosco ogni sussurro, ogni virgola, ogni battito di questo quadrilatero che dura venti minuti di camminata. Conosco ogni ricovero di chi passa la notte qui, ne riconosco l’odore.
Non riesco a non vedere. Non riesco a non guardare. Non riesco a non fermarmi a parlare.

Una volta, come rapita tirai fuori quattro sigarette e con la mano tesa le offrii ad un signore che stava raccogliendo i mozziconi dal marciapiede. Mi tenne, credo, una quarantina di minuti a parlare di lui, del figlio che era stato massacrato di botte dalla polizia, di lui che la moglie l’aveva cacciato di casa e mi fece uno dei più bei baciamano che abbia mai ricevuto in vita mia, e salutandomi mi disse qualcosa che ancora oggi, mi stranisco “come hai fatto a riconoscermi?!” delirio o meno… certe volte ancora ci penso.
Non sono un politico, conto meno del due di picche socialmente, non potrò mai fare nulla per cambiare la maledetta piramide, ma ho scelto di stare dalla loro parte.
E amo questo posto, perché lui e loro, mi hanno accompagnato in questi cinque anni, in quei “QUANDO” lassopra scritti e in questo ORA che vivo.
E lo amo in maniera straziante, come un crescendo di violini. Questa pochezza, questi volti emaciati, questi cani magri. Bellezza della disperazione. Non lo so. Ma se potessi sputerei in faccia a tutti quelli che rispondono male alla mani tese per due spiccioli. A chi protesta perché puzza di piscio a chi fa la faccia storta perché un alcolizzato va a prendersi un caffè nello stesso posto di un dirigente del cazzo.

Non va.
Non andrà mai. dannati colletti bianchi.
e mi fa male il cuore, le ossa e qualsiasi cosa dentro, se penso alla loro paura.
Perché gli squadroni della pulizia etnica che finora hanno serpeggiato ora sono più forti e si sentono in qualche modo autorizzati ad “agire”.
Le parole di Primo Levi che mi si accavallano in testa agli urli di dolore di chi è stato bruciato-violentato-picchiato.
Perché questo paese (con la p minuscola) è geograficamente piccolo per accogliere e diametralmente inferiore ad altri paesi, che hanno iniziato a considerare (frase fatta ma è così) la diversità una ricchezza.
che sono stufa dei luoghi comuni come “i neri hanno il ritmo nel sangue” “gli arabi puzzano”…
Che se fosse per me davvero sarei un predicatore dell'amore comunque.
ma di amore ce n'è poco in questo mondo. c'è tanto sesso, tanta rabbia e poco ascolto.
ci sono dita puntate e giardinetti dove l'erba è verde e la si vuole ancora più verde.
ci sono puttane sante e vescovi puttane.
embrioni sbilenchi e bellissimi e chirurgie da macellai.
non c'è mai silenzio. non c'è mai curiosità e lotta e pulizia.
Ma gli inverni lividi non credo cesseranno mai. come zinco sul cuore.

Ma… immagina.
Immagina per un secondo: Bruxelles come praga, roma come abidjian; londra
come Tunisi, come la neve, come un pezzo di città che diventa binario mentre le violette
coprono le camice nere le invadono le radici entrano nei loro busti, nelle caviglie, nelle narici.
e le loro ossa in pasto ai cani.

Alla fine è solo questione di cambiare prospettiva.
nel frattempo:

“vi si sfaccia la casa,

La malattia vi impedisca,

I vostri nati torcano il viso da voi”




permalink | inviato da waiting_for_Trudi il 4/2/2009 alle 13:49 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (1) | Versione per la stampa
la gazza ladra
post pubblicato in diario, il 23 gennaio 2009


Certa del tempo; di questo lo sono.
Un albero, se qualche imbecille non lo taglia vive un millennio, una persona diciamo un’ottantina e i supereroi per sempre. La mia Regina mi ha regalato una sveglia modello vecchio, a cui devi dare la carica ogni sera e una piantina da annaffiare due/tre volte la settimana. I miei reni invece erano talmente abituati a 4 litri di inondazioni acquifere nella giornata, che privati del getto per 10 giorni sviluppano coliche e fastidi intermittenti che manco al mio peggior nemico. Il tempo del mio tempo, un dolore nuovo per ogni mese. Psicosomatico o reale chi se ne fotte, insomma prima non li avevo. In questo mese di poca scrittura, ho vinto un concorso, uno di quelli importanti. Ho recitato e studiato per nove ore al giorno. Avevo la salsedine sulle palpebre la sera tornando a casa, e frattaglie di idee che girovagano come spore in un equilibrio già visionario di suo. Ho visto attori bravi, colleghi veri e come al solito il dilagante falò delle vanità con tanto di lap dance su base giusi ferreri… Dio santo avevo i conati e sul cuore una maglia targata Betty Ford Center. Perché mia sorella mi ricorda che la musica ha altri significati. Ad ogni modo ho imparato con la bocca a penzoloni, rubato espressioni e modi di fare, che le sorelle del trio compatto mi farebbero una pippa. Lo dicevano i grandi, per recitare devi essere un ladro perfetto, silenzioso, minuzioso: un serial killer di alto rango. E i miei silenzi, rotti con poche persone scelte da me, erano ingombranti, suscito simpatie quanto Thelonious Monk, o Katchaturian. Ego pompato signorina eh?! Alla fine si, e alla fine no. Sono contenta davvero comunque di essere rientrata nel progetto. E sono felice delle ore spese in biblioteca che mi hanno fatto incontrare una grande commediografa americana, alla quale tenteremo di fare onore a breve.
Il teatro è la mia droga. La mia speranza. Il mio monito.
Intanto, sogno e progetto di cambiare colore a tutte le pareti di questa casa/utero che mio padre mi regalò molti anni fa. Arancione il soggiorno, blu la camera da letto, giallo l’armadio, rosso l’ingresso. E un divano nuovo. Perché dentro sto cambiando. Sto patteggiando e sbranando necrosi e bende avvizzite.Ho una passione per le bende, malsana. Da piccola speravo di farmi male, spesso, così da potermi fasciare il polso o la caviglia. Se qualcuno sa il perché, psicologicamente  intendo, me lo scriva. Però sono incazzata, questo si, perché a volte incontri persone belle, che si sciolgono come fiocchi di zucchero nel te. Magari anche andato a male. Mannaggia a me e al mio spirito avventuriero. Foriero di mari che vorrei veleggiare e mai invadere. Ma poi le radici quadrate a me fanno venire in mente la liquirizia… (prego di volermi spiegare anche questo)
Mi sto innamorando di J.Fosse e delle sue pause eterne. Dei suoi duetti tristi e squallidi come le famiglie dove si cena con la faccia nel piatto senza raccontarsi un cazzo. O come i dialoghi nelle sale d’attesa del medico… (sigh) mentre nella mia mente immagino di farmela addosso e aspettare lo stupore e lo schifo delle brave signore. Metallo scadente, ecco cos’è questo paese, quando vado all’estero faccio finta di non essere nata qui e dico solo che sono metà tunisina. Fanculo.
Poi Mi lecco le dita dell’ultima goccia di yogurt.
lo faccio con tutto, in verità. Le ultime gocce sono le migliori. Da sempre, come tutte le ultime cose: gli abbracci in stazioni calde e invadenti di sguardi che si fanno sempre i fatti tuoi, le parole di uno sconosciuto che non rivedrai mai più, le pagine dei tuoi libri preferiti.
Penso a queste mie giornate scandite di lacrime e lucette rosse. Di docce e di insalata E poi torno a ballare, il circolo è una ratatouille su un piatto di plastica fondo. Luci, poche, facce, troppe, tra le mani il mio v&l amico di inizi e cambi scena. Difficile raccontare cosa significa essere senza padre. Senza il tuo migliore amico, ma mi arrendo alla vita. Perché il tempo ce lo insegnano i metronomi e le ballerine di Degas. E i ricordi e le sensazioni e i sogni. E Dio. Ho sognato di scendere in una cripta di un Santo, e la voce di mio padre all’orecchio che mi ripeteva 10 volte di seguito “papà è qui”. Malgrado ancora non riesca a pensare neanche lontanamente di poter passare una sola notte da sola, e quelle 4 notti a bologna sono state un incubo… ma poi perché dovrei dormire senza la mia safena maestosa e le sue gambe appiccicate alle mie? Ad ogni modo, riesco a ridere e a stare sola in casa.E riuscire a ridere è come trovarsi nel regno dei morti con un palloncino in mano. Clarita ha scelto di non tacere, di non succhiarsi le dita piene di terra e intonaco.
“alla fine vince l’acqua”.
Vincono gli occhi di Ludovica che vuole abbattere il sistema, con i suoi 17 anni decisi come un pugno in un occhio. Vincono le mani della Reina sulla chitarra che compone la seconda canzone per me, bellissima come un sospiro di un bambino. Vincono i progetti futuri e telefonate dalla danimarca portatrici di vita. Vince il mio mal di stomaco quando dopo 2 ore di prove riesco a diventare una madre, non essendolo ancora.
E il tempo allora diventa una caccola, un veliero a quattro zampe, un cranio ghiacciato.
D’estate con mio papà, salvavamo un sacco di animali: uccelli, gattini, cani. Uno degli ultimi ricordi è di lui zoppicante che porta pane e latte a briciola, un cagnone che si distendeva davanti al nostro cancello, con il benestare del mio gelosissimo cane.
E queste cose… fanno sempre la differenza.

Nonostante il tempo.




permalink | inviato da waiting_for_Trudi il 23/1/2009 alle 21:55 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (3) | Versione per la stampa
fiati di inizio anno
post pubblicato in diario, il 6 gennaio 2009
Non lo so perché questa canzone, anzi lo so. Sono passati quattordici anni dalla mia partenza. Avevo rasato i capelli a zero e mio padre li ha conservati in un foglio di carta. Andavo in giro per le strade della mia città e pensavo che non sarei mai più tornata uguale. Che lei, la mia città non mi avrebbe mai più amato come prima. Che le persone sarebbero scomparse a poco a poco. E che roma sarebbe stata troppo grande. E io troppo piccola per quelle strade. Andavo in giro con il vento che soffiava nelle mie orecchie, gelido come gli occhi che incontravo, come san pietro che odiavo fin dall’ora: imponente presuntuosa piazza. Come si può chiamare chiesa un trionfo di barocco e macchine fotografiche che ti distraggono dalla preghiera?  Avevo le mani ghiacciate e uno zaino rosso. E la sera guardavo dalla finestra di un collegio freddo come gli sguardi delle suore che ci controllavano a vista manco al charlie check point. Quattordici anni di me, zampate di anima madida di compromessi e dribbling. Marchette che ho fatto per inghiottire meglio l’esistenza e i fantasmi che iniziavano a popolare le mie notti.
Scelte.
Il passato è il mio migliore amico. Perché non sarei come sono, oggi. Dimenticarsene è da presuntuosi. A volte faccio questo gioco, ripercorro frammenti e visi. Quegli stessi sconosciuti visi che mi vengono davanti agli occhi, prima della fase rem e mi chiedo metodicamente, ma chi mai saranno?... ecco quei visi li ho incontrati uno ad uno. E sono diventati miei amanti, miei amici, miei nemici, miei fratelli. Fetenti combinazioni che la mente, potere oscuro del lato sinistro di cui usiamo solo il 10% ci regala. Io non amo roma. Ma amo alcune cose che mi ha voluto regalare. L’aria su ponte sisto quando l’umidità sale e i cani sul ponte si raggomitolano con i loro padroni. La luna che si fa il bagno nel tevere. I tavolini di certi bar di Trastevere dove sono crollata ubriaca e felice. Le mani che mi hanno sfiorato le labbra in certe sere calde. I binari dei tram che di notte si piegano come teste di bambini nelle culle. La stazione.  So benissimo che esistono posti e strade e monumenti. Ma le città, o meglio la pienezza delle città la fanno i ricordi che hai e non la magnificenza delle costruzioni, fermo restando che bere ceres con il colosseo negli occhi è una bomba al cuore. Mio padre spingeva perché venissi qui. Era convinto che sarebbe stato olio per i miei cardini arrugginiti da una mentalità piccolo borghese che strisciante aleggia sulla mia città. Ed è vero la mia città è un concentrato etnico di cazzi degli altri, di vestiti che alla moda, di gente che si scopa e si sposa e si tradisce e non c’è nemmeno un gay o una lesbica, finchè non vanno ad abitare altrove, poi te li ritrovi nei locali con boa di struzzo e tacchi da slave. Non è colpa loro. Devi fingere. Devi essere etero. E io lo sono stata. Per anni. Per anni ho amato un uomo. Per anni ho creduto fosse giusto soffocare. Solita storia, nulla che faccia di me una nuova giovanna d’arco. Poi ho detto fanculo a tutto.  E ho iniziato ad amare la mia vita qui. Resoconti da inizio anno. Strizzate di fazzoletti per ricordarmi sempre che ce la posso fare. Che devo fare il sapone con i colletti delle camice e nodi scorsoi con le bottiglie di birra. Plastificare le sensazioni, perché mai altrimenti succederebbe che le case che mi accolgono anche solo per 4 giorni di vacanza hanno odori e rumori così familiari? Io voglio questa vita. E queste sensazioni. A costo di sembrare presuntuosa, peggio di san pietro, ma capisco finalmente di essere fortunata. Perché passo la fine dell’anno con chi amo, con chi mi squaglia il cuore di notte, quando dopo aver litigato mi abbraccia e io svengo dalla tenerezza e la amo ancora di più. Chiudo l’anno facendo scivolare dal primo piano almeno un litro di lacrime, le nostre lacrime. Me l’ha insegnato una parca scrittrice che mi fa ridere. E questo è un regalo. E’ un regalo mettersi gli sci ai piedi dopo 16 anni e bagnarsi le labbra di neve. Rotolarmi nella neve. Mangiare neve e volare da una pista all’altra. E questa canzone, melensa e romanticona mi batte in petto come solo una pancia che ti cresce dentro può fare. Non ci capisco un cazzo di musica, non mi piace il rock ma i bassi hanno da sempre un potere ipnotico per il mio stomaco. Non è facile starmi dietro. Non è facile commentare la mia vita, che assomiglia alla spugna di Carnera dopo 9 round. Ma vorrei dire alle persone che silenziose entrano qua dentro che sono contenta della loro presenza silenziosa. Che vorrei abbracciarle. Lo so, sono melò e retrò. Come certe cartoline anni ’30, con quelle signore al mare tutte vestite. Belle che sono. A me i porno fanno sinceramente schifo. Sono finti. Le donne nude mi fanno schifo. Se ti scopri così tanto, non avrò mai voglia di levarti i vestiti… quando ero etero pensavo spesso a come poteva essere fare l’amore con una donna. Una donna come me. E’ fuoco e pace. E’ fango e attenzione. E’ umori e morbidezza. E’ una scelta. Non una provocazione, non un rifugio, non una rivendicazione, non una curiosità. E’ normalità. Che i dictat io non ci credo. E non mi sento né speciale, né diversa. E mi anche un po’ rotto il cazzo questa classificazione della sfera omosessuale. Finchè ci sarà il mito di Rosa Parks nessuno ci darà da sedere sull’autobus. Ma è un discorso troppo complicato per l’1 e venti di notte, con le gambe incrociate e mezze addormentate, dopo aver aperto assieme al mio amore le calze della befane, perché ad essere bambina non ci rinuncerò mai. E’ stato un natale difficile e un capodanno splendido. Difficile vincere le sfide se tua madre non gioisce con te. E chiedo una telefonata di papà dall’altro emisfero del cielo che mi possa dire “non ti arrendere”. Ma poi lo vedo nel vento e nei gelsomini e so che se la spassa da un bosco ad una sorgente d’acqua, che non deve portare calze strette per le sue gambe doloranti, flebo sulle sue vene delicate e non deve tossire più. Niente pillole, niente psichiatri. Lui vola.
Manca un giorno al giorno x. Sigarette ridotte al minimo e alcol da sorseggiare. Ma chi arriverà, merita un ambiente pulito. Le mie viscere devono essere velli di agnello.
Il mio inchino a chi mi ha tenuto la mano. Il mio grazie a chi è arrivato.
I miei abbracci a chi non mi ha mai lasciata sola.

“Imbrattai di colpo la carta dei giorni triti,
spruzzandovi colore da un bicchiere;
su un piatto di gelatina mostrai
gli zigomi sghembi dell'oceano.
Sulla squama d'un pesce di latta
lessi gli inviti di nuove labbra.
Ma voi
potreste
suonare un notturno
su un flauto di grondaie?”




permalink | inviato da waiting_for_Trudi il 6/1/2009 alle 1:30 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (5) | Versione per la stampa
La finestra della zingara
post pubblicato in diario, il 19 dicembre 2008
Credo di sapere perché amo la neve e credo di capire anche il perché mia madre l’amasse tanto. Cumuli di sospiri che cadono dal cielo e si sciolgono nei capelli, nelle mani, sulla lingua. Non ho voglia, non ho più voglia di cercare mia madre, ma ogni sera prego perché sulla sua tavola ci sia un piatto caldo e qualcuno che la ami nel letto prima di andare a dormire. L’ho perdonata molti anni fa. O forse pochi mesi fa.
La rabbia l’ho gettata da un dirupo, distruggendola in miliardi di pezzi, come Michelangelo faceva con le statue per capire la perfezione. Nelle rotture vedi la bellezza. Gli specchi rotti formano miliardi di immagini di te.
E di ciò che eri.
Embrionalmente io sono legata ai suoi sospiri. E la neve mi riporta a lei. Sarà stato terribilmente freddo quei giorni in cui crescevo. E voglio sempre immaginarla così: stesa nel bianco ad accarezzarsi la pancia.
Giorni storpi e delicatissimi come le guance di stefano che siede accanto a me, trasformando ore così cadenzate e quotidiane, in sculture di bottiglie di plastica da far diventare cavalieri senza macchia e paura, che salvano principesse e ascoltano musica. La mia Regina dice che il mio animo peter pan mi da manforte con i bimbi. Io amo i suoi piccoli occhi azzurri che si illuminano quando gli dico che secondo me è cugino di spider man e mi prende la mano. E mi sento piccola come lui, tra strade bagnate di sputi che diventano invece filamenta di ragnatele lasciate dal suo super eroe preferito. E mi mette il broncio e si volta dall’altra parte senza salutarmi quando capisce che devo andare via.
Anche io da bambina mi immusonivo e piangevo quando gli amici andavano via, quando una festa finiva, quando tornavo ad essere unica abitante del mio pianeta cameretta. Ma poi a bambini soli, doni speciali e queste vocine nella testa , il gioco di calpesta l’ombra più in fretta dell’ombra sui marciapiedi, dare i nomi ad ogni cosa, salvare le camille (lumache… lo faccio ancora oggi), dare la merenda al mare, e mio Padre mi hanno portata ad essere così.
Bipolare ed espansiva, terremoto non capito, amato, odiato e rasposo come spugne vecchie per piatti malmessi.  Abrasiva e sconveniente, invasiva e bagnata di blues tra finestre arrugginite.
Gli altri, non vivo senza. L’altro che mi molla uno sguardo riconoscente se gli sorrido. Gli zingari che suonano per due lire. Gli Amici che mi mandano fiori alle 3 di pomeriggio per chiedermi scusa, le foto e le sculture di un piccolo genio che vola tra le stelle oggi, le sacre scritture di chi ha cuore e cervello accesi.
E guardo la vita con occhiali per miopi da un fegato stanco e provato. Mentre aspetto di riempire le mie braccia di una nuova vita. Contemplando palcoscenici riempiti di terra, con un’attrice che seguo da quand’ero piccola. Metà novantenne e metà infante, sotto le luci di riflettori che la fanno sudare e sbavare. Con le sue mani storpie e delicate con cui afferra gli oggetti della santa sporta beckettiana. Samuel è un genio, un fottuto genio. E lei gli rende giustizia. E mi fiondo in camerino, per non tradire la tradizione che mio padre mi ha iniettato. E le carezzo la gamba, avvolta in un accappatoio bianco, mentre lei si commuove con me, perché le racconto di come sono approdata al teatro.
Intanto la mia famiglia, i resti della mia famiglia, si rattoppano. Qualcuno è tornato finalmente a casa, dopo un viaggio in terapia intensiva, qualcuno ancora nasconde metadone in bagno. e io telefono e telefono, perché mi si infoiano gli occhi al pensiero…
Io leggo manuali su come smettere di fumare. Decido il giorno x e ogni boccata penso sia l’ultima. Mi mancheranno le bionde, ma devo riuscirci. Perché la mia thanatos fobia prende piede…
Nei ricordi di questi giorni ci sono bottiglie di vino e risate. Letti da fare e da rifare al mattino, quando la Regina mi dorme accanto, smettono gli incubi.
C’è la faccia della mia piccola parca scrittrice, incredula che apre tre borsellini tre, uno più orrendo dell’altro, fino al foglietto finale che le darà la gioia di ricominciare a fendere l’aria questa primavera. Sono quasi sicura che noi tre faremmo di tutto per te!!!
La mia Regina è un’osmosi di bene e insicurezze e vibra come una “farfalla con un’ala sola”, citando mia Sorella, che mi manca, come può mancare il pane ad una vecchia senza più denti.
Ho pregato piangendo in una chiesa di quartiere chiedendo perdono e considerando il fatto che non posso rivolgermi a Lui solo quando sto male, ma che devo raccontargli anche le cose belle, come stasera, come ieri.
Come l’orchidea bianca che annaffierai di latte.
Bianco.
Come la neve
Ritorno all’inizio. Non lo è sempre del resto?!
Mi aspettano i miei 100 e passa figli di nessuno. Abbracciandomeli tutti.
Mi aspettano un paio di sci e musica e il tuo corpo.

“perché non ho saliva
perché non ho robaccia
perché non ho la polvere
perché non ho quello che c’è nell’aria
perché io sono aria”

“io è un altro” R




permalink | inviato da waiting_for_Trudi il 19/12/2008 alle 21:56 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (2) | Versione per la stampa
slave
post pubblicato in Queen_Erica, il 14 dicembre 2008
Le luci sono basse.

C’è un tappeto di fumo che avvolge l’aria che odora di vaniglia e carne.

La mia.
La tua è ancora lontana.

E’ una sala grande come una caverna, morbida come il rosso dell’uovo.

Scivolosa come sudore e umori.
I miei.
I tuoi sono ancora appesi al soffitto d’entrata.

Vesto di nero.
nessun altro colore per la pelle che scivola.

La mia.
La tua è chiusa in un vaso prezioso. Che presto spaccherò con le nocche.

Ho i capelli sciolti. Neri. Bagnati.
E le gocce scendono sulle labbra in un’attesa che ha il sapore della cannella.
le mie labbra sono bagnate.
Parlano due lingue.
La mia.
La tua.

Gli occhi sono bendati da stracci e seta.
Sono un animale in gabbia che aspetta il padrone.
Non ho bisogno di vedere. Riconosco il tuo odore e le tue mani.

La polvere riempie l’aria e l’aria mi gonfia le viscere.

Ho le scapole piegate in un urlo

Ho la gola chiusa in un getto

Ho la testa fasciata di attesa.

I polsi, ho voluto che li legassero.

Schegge di pelle tra le corde.
La mia.
Tu cammini nei corridoi cercandomi.

Non sai quanto poco manca. Non sai cosa sta per succedere.

Non sai che non ci sarà nessuna mela appesa al soffitto da mordere.

Ma ci saranno le mie braccia da graffiare.

Scendi velocemente, scendi più lentamente che puoi.

Scendimi dentro e scavalca ogni brandello di me che resta.

Le ossa. Le senti le ossa che si spaccano nell’attesa che tu entri.

Le vedi le vene che si spezzano

Colorami il sangue della tua saliva

Che aspetto da così tanto in questa grotta.

So che stai arrivando

So che mi stai guardando.

Cammino e trascino il mio corpo.

Ci sei

Sei arrivata.

Non sei mai andata via

Sei sempre rimasta a guardarmi

La tua voce è un coltello di miele nell’orecchio.

Soffiami dentro e fammi venire i brividi

Portami alla fine di queste crepe con la maestria delle tue dita.

Lasciami bere il tuo nettare.

Camminando carponi senza mai uscire dal recinto della tua carne.

Io vivo al buio e l’umidità che mi dai mi da vita. Come insetti che non hanno mai visto uomini.

Sono la tua puttana.
Amore mio.





permalink | inviato da waiting_for_Trudi il 14/12/2008 alle 22:18 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (0) | Versione per la stampa
Nessuno sconto.Nessuna percentuale
post pubblicato in diario, il 10 dicembre 2008
Aprendo il mio cranio. Sventrando ogni possibile disciplina e fase lunare. Ingoiando urli che sanno di petali di margherite violentate.
Le cose tristi appassionano. Le cose violente affascinano.
Il bene veste calzoncini e il male le calze a rete. Ha la voce roca e fuma nell’ombra.
Le mie sono visioni innocue, che si spargono tra le pareti delle metropolitane e sui muri degli ospedali.
Nelle gallerie metropolitane poi, trovo i respiri lunghi, quelli di una me stessa che non regalo, per rispetto, come dico sempre, perché invadere il sistema linfatico-emozionale di qualcuno prevede fiducia e pazienza e parole. Che ti aspetti, come bambini affamati che tendono le mani per due o tre pezzi di pane. Aspetti abbracci o sguardi. Gesti e respiri, che il più delle volte non arrivano. E allora dai una briciola dei tuoi dolori e dei tuoi bisogni, per rispetto e per paura. Perché le mani inizierebbero a tremare se vedessi negli occhi di chi ti ama, la difficoltà. Non vorrei mai vivere l’ingestibilità emotiva di chi non mi sa trattare e non per mancanza di voglia.Allora mi immergo come un mutante ingessato nelle viscere della terra e piango le mie lacrime più violente, in mezzo alla gente che tutto guarda e tutto dimentica all’apertura delle porte.
Respiro e tiro forte col naso e me ne fotto. Persino del mio dito medio che sanguina e tu lo guardi come se fossi un hiv conclamata. La paura è il cancro dell’umanità. Mi raccontarono che una bambina malata di leucemia, una bambina adorabile veniva allontanata dalle brave famiglie borghesi della classe, per paura di contagio.
Io non ho paura. Dei deliri, delle righe, delle rughe, dei fantasmi che si annidano e strisciano con le catene che diventano vampiri attorno alle gole dei malcapitati. Non ho paura di dire che non sto bene. Che sto bene. Che amo una Donna, la mia. Che amo le donne, tutte. Che vigilo sui sonni delle persone pregando per loro. Che metto una sigaretta nella tomba di mio padre, perché un’Amica me l’ha chiesto. Che guardo il mare e desidero essere sciolta là dentro quando sarà e che non permetterò di farmi chiudere in una cassa, e che i miei organi dovranno essere distribuiti come pane; tranne gli occhi, quelli no. Quelli li tengo per Dio e nei ricordi delle persone che li hanno amati e capiti.
A sud del mio sud.
Nella mia terra qualcuno si è sposato e io mi sono commossa. Qualcuno con cui ho passato 20 anni insieme. Ricordo i getti continui di crystal soleil fino a diventare biondo platino, le corse in bici dove puntualmente cadeva nel fiume a gambe larghe, i bagni a mezzanotte e i cornetti caldi. Le prime volte che ci siamo ubriacate e tutte quelle cose che nel termometro della vita segnano i gradi dei sorrisi e delle emozioni.
Sabato scorso il termometro era fuori controllo. E non è stato un caso, che io e la Regina abbiamo iniziato a parlare di un bambino proprio in chiesa. La vita.
Una nuova vita.
Oggi guardavo con gli occhi spalancati tomi di libri di favole e vedevo chiaramente il lettone riempito da piedini piccoli e occhioni spalancati, poi assonnati, poi chiusi in minuscoli movimenti ammorbiditi da ciglia lunghe.
L’ombra degli addii diventa come filamenta di ragni della polvere se pensi all’eternità che ti regala un figlio.Qualunque futuro decida di vivere. Qualunque mestiere voglia fare. Qualunque strada prenda.
E gli insegneremo a ballare in mezzo alle librerie, ai ponti scassati, in macchina nel traffico. E gli insegneremo a ridere e ad ascoltare.
Nessun programma, se non quello di ascoltare la pelle e le sensazioni. Non voglio che paghi le mie scelte e non voglio che diventi quello che io non diventerò.
Almeno ci si proverà.
Pensavamo questo mentre la mia amica camminava sotto braccio con il padre attraversando metri di tappeto rosso e metri di pensieri. Ne sono sicura, la Regina, la pensa come me.
Saluto monti e neve con la manina piccola dal finestrino, schiacciata tra il cane e le borse. Un “ciao ciao” con il naso freddo e gli occhi umidi. Mi sventra sempre lasciare la mia terra. Ogni volta si stacca un pezzo di carne e nessun cane a cui offrirlo. Non una parola, solo occhi. Riempirli di bellezza. Quella che il mondo non capisce. Che l’italia ignora.
La mia terra è una puttana stanca. una puttana con le calze strappate, le gambe aperte e i segni dei denti sul collo. Ha il fascino di una sedia a dondolo sfasciata.
La mia terra erutta sensualità ma non lo sa. È inconsapevole di quanto mutevoli e femminei siano i seni che spuntano dalle montagne. Delle gocce che ti piovono sul collo quando il mare decide di darsi.
Ma io lo so. E me la vivo bevendo come una coppa di eterna giovinezza i giorni, i pochi giorni che mi faccio consenzientemente stuprare da lei.

Il ritorno sa di natale. Ma fa meno male.
Perché siedo su un divano piccolo e respiro odore di pulito.
Respiro le parole e le risate, guardo occhi che mi sembra di aver guardato per una vita intera. E una gatta elegante mi si addormenta addosso. E (sussurrando) mi sento felice.
Di questo pomeriggio. Dell’intelligenza che mi viene offerta come un frutto proibito e introvabile. Della leggerezza, delle confidenze, delle idee.
E’ acqua leggera e potente. Getti continui di affetto.
Il ritorno sa di casa.
Il natale può anche arrivare.
Credo di non dover più avere rispetto e paura dei miei dolori…

Ora penso a fare l’amore con te.
Penso che ci sono ancora due o tre milioni di posti che ancora non ho visto o di cui non ricordo l’odore. Che la tua pelle mi sta chiamando. Che la notte non vivo senza la tua mano sul cuore. Che il tuo respiro è la mano sulla culla di trent’anni fa ed è la spilla sul clitoride che mi fa saltare. Sei il ritratto di famiglia, quello ovale appeso nei muri portanti e importanti e sei la donna che vestirei di latex e catene. sei il pianoforte a coda che suoni di spalle, e la schiena nuda da riempire di graffi e morsi. sei un’utilitaria piena di pannolini e peluche e il richiamo alla bocca dello stomaco in un viale scuro e pieno di nebbia.
Sei l’anello che indosserò.

“Emetto il mio grido barbarico sopra i tetti del mondo.” W.W.

p.s.
la stella di natale era davvero grande!

 




permalink | inviato da waiting_for_Trudi il 10/12/2008 alle 21:31 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (1) | Versione per la stampa
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